UNA Cremona - I NAS sequestrano il canile di Cremona - marzo 2009

Cronaca del sequestro del canile di Cremona operato dai NAS
Fonte: stampa cremonese


La Provincia
mercoledì 4 dicembre 2013

Il caso ‘Rifugio’ in tribunale Ieri l’udienza
Al processo testimonianza fiume contro Cheti Nin di Rosetta Facciolo che si infiltrò nel canile ‘per cercare le prove’

‘Volevano uccidere i cani Non si poteva fermarli’

di Francesca Morandi
I cani «venivano uccisi perché l’imperativo era ‘bisogna fare spazio’. I cuccioli «venivano normalmente soppressi», come quei piccoli strappati alla madre, portati in infermeria e subito dopo «trovati sul tavolo come dei peluches, tutti morti». C’erano «cani belli e ben nutriti che sparivano dalla sera alla mattina. Ci dicevano che venivano adottati. Di notte venivano uccisi, la mattina infilati dai dipendenti nei sacchi e messi nella cella frigorifero». Galeazzo fu soppresso «perché teneva due posti, era ingombrante», due Husky «perché avevano il vizio di saltare». E poi, «sbranamenti in continuazione». Sono racconti choc quelli delle ex volontarie del Rifugio del cane riportati ieri nel verbale del processo sui presunti maltrattamenti e sulle presunte uccisioni di animali, per l’accusa soppressi senza motivo. L’eutanasia fu eseguita con iniezioni di Tanax e Pentothal Sodium. Sullo scandalo scoppiato il 3 marzo del 2009 con il blitz del Nas che sequestrò la struttura e con essa 33 carcasse, si tornerà a parlare all’udienza dell’11 febbraio. Lo scandalo esplose per mano di Rosetta Facciolo, presidente della sezione di Cremona della Lega nazionale per la difesa del cane, la «cagnara e gattara da una vita», in passato «legata da un rapporto di simpatia, stima e amicizia con Cheti», Cheti Nin, l’ex vice presidente dell’Associazione Zoofili Cremonesi (associazione che gestisce la struttura in forza di una convenzione stipulata con il Comune), che stando ai testi del pm Fabio Saponara, nel canile ‘faceva il bello e il cattivo tempo’. Perché «lei decideva che era arrivata l’ora e non si riusciva a fermarla: i cani si dovevano uccidere». Lo afferma, Facciolo, nella lunga deposizione di ieri, in cui riannoda i fili di una storia che lei, dice, non voleva «far esplodere», ma «dopo essere andata ovunque, Forestale, polizia, all’Asl a parlare con Crotti, in procura trenta volte e dopo essere stata inascoltata da tutte le istituzioni», il 26 novembre del 2008 bussa alla porta del Nas: tre giorni di sommarie informazioni. Una storia che comincia tra il 2005 e il 2006, quando al canile lei entra come una sorta di ‘infiltrata’ due, tre giorni la settimana, per raccogliere «prove, informazioni, altrimenti non saremmo qua». Cerca riscontri «alle confidenze che mi ha fatto Laura». E’ Laura Gaiardi, la volontaria sul banco degli imputati insieme a Cheti Nin, Elena Caccialanza (un’altra volontaria), Maurizio Guerrini, ex presidente dell’associazione, e Michela Butturini, veterinaria dell’Asl. Facciolo fa verbalizzare: «Un giorno Laura mi prende e mi dice ‘Qui al canile succedono cose grosse’. Che cosa succede? ‘Arrivano i cani dappertutto, cuccioli che buttiamo di qua e di là. Non se ne può più, dobbiamo fermarli’, ma io, forte dell’amicizia con Cheti, non ci credevo. Allora entro nel canile e mi accorgo che in effetti qualcosa non va. Raccolgo anche le confidenze di chi lavora lì». E’ un fiume in piena, Facciolo, che al presidente Pio Massa e ai giudici Andrea Milesi e Francesco Sora, racconta del «sovraffollamento», perché, in forza delle convenzioni fatte dall’associazione, nel canile di Cremona arrivavano cani dalle strutture di altre città come Urbino o Bergamo, ma anche dall’Emilia Romagna. Un viaggio a Urbino lo ha fatto anche lei «con Cheti su un furgone preso a noleggio; prendemmo 33 cani». Era dicembre 2006. Poi ricorda «l’uccisione di due cani mogi mogi nel loro box. Cheti mi disse ‘Stai attenta che non entri nessuno’ e poi «li fece l’iniezione», dove ‘li fece’ sta per «li uccise» secondo il gergo del canile. Dice che al canile il Tanax entrava «a carriolate». Non sa quantificare con precisione il numero di cani che lei ha visto uccidere: «Dieci, venti, trenta». Racconta di quando «ho visto Cheti uccidere i due cani nel box; aveva il Tanax in tasca, ho visto iniettare con la siringa. Le reazioni dei cani? Tremolanti, facevano la pipì, avevano la bava alla bocca. I cani non morivano subito. Le assicuro che non è un bello spettacolo. Avrei voluto che ci fosse anche lei», ribatte al difensore di Cheti Nin, che le chiede se in passato sia stata processata: «Certo, per concorso in usura. Ho sbagliato e ho pagato». Prima del 2009 voi avevate chiesto al Comune di togliere la convenzione all’Associazione Zoofili Cremonesi? «Assolutamente no».

Testi del pm
‘I cuccioli? Non se ne salvava uno’
La verità delle ex volontarie:«Avevamo paura di Nin, ci minacciava»
Una è entrata nel canile nel 1995, l’altra nel 1997. Luigina Bruni e Daniela Boccoli sono volontarie storiche. «Negli ultimi anni, c’erano tanti cani insieme nei box, tanti sbranamenti, è stato il periodo più brutto che ho passato al canile, in un box c’erano fino a dieci cani», fa verbalizzare Luigina. Ancora: «Ho visto Cheti Nin uccidere cani, Laura Gaiardi ammazzare cuccioli ed Elena Caccialanza prendere una cesta con dei gattini e sopprimerli. Tutti erano animali sani e belli. Ho visto la Nin uccidere un cane. Aveva ancora la siringa nel cuore. Uccideva continuamente. C’erano anche cani liberi e spesso ne faceva fuori qualcuno. Tanax dappertutto». Daniela racconta che «negli ultimi anni c’era un sovraffollamento incredibile, i box erano pieni, la struttura stracolma. I cuccioli? Non se ne salvava uno. Vedevo che uccidevano cuccioli e cani che stavano bene. Io ho visto sempre con l’iniezione. Il Tanax? C’era sempre la scorta. Cani morti portati dall’esterno? Mai visti». Luigina spiega perché nell’ottobre del 2007 alla polizia che la convocò (Facciolo fece una denuncia, ma lei non lo sapeva) negò le uccisioni nel canile. Perché «Cheti Nin mi aveva minacciato, aveva una sorella giudice. Avevo mio marito malato e lei mi aveva detto che mi avrebbe mangiato fuori la casa ». Daniela spiega perché non aveva denunciato ai carabinieri le uccisioni: «Perché avevo paura di Cheti Nin. Mi diceva ‘Ho una sorella giudice, ti rovino’. Noi eravamo sul libro nero per le contestazioni sulle uccisioni. Io avevo paura». Luigina dichiara che l’ex presidente Guerrini «sapeva che al canile si uccideva. C’era stata una riunione, in cui gli avevamo detto che la Nin sopprimeva gli animali. La sua risposta? ‘Come sei romantica, tanto prima o poi sarebbero morti comunque’». E narra che «una settimana prima del sequestro, Cheti mi porta a casa, abitavamo vicino, e mi dice che se il Comune le toglie i 40mila euro, non andiamo avanti, che lei ci ha messo 3mila euro suoi. Noi portavamo le scatolette e poi, una settimana dopo il sequestro, scopro dal giornale che sul conto dell’associazione c’erano tutti quei soldi («diverse centinaia di migliaia di euro», secondo gli inquirenti, ndr). Ci ha preso in giro tutto quel tempo». (f.mo.)

La padrona
«Il nostro Matisse morto in circostanze che non ci hanno chiarito»
Si chiamava Matisse, era un Labrador di 14 mesi. «Io e mio marito lo abbiamo preso al canile, l’abbiamo fatto microchippare dalla Butturini, gli abbiamo fatto fare sei mesi di agility, era un cane estremamente intelligente,ma noi non eravamo i proprietari giusti per un cane così dominante». Paola Bertani era la padrona del cane. Al processo si è costituita parte civile, perché Matisse glielo hanno ucciso. Ha raccontato un episodio accaduto il 4 maggio del 2008 alle Colonie Padane, quando Matisse aveva aggredito un altro cane. «Mio marito era stato morso, ma non da Matisse, dall’altro cane». Matisse sarà riportato al canile: «Abbiamo parlato con Cheti Nin, che ci ha detto che il cane sarebbe stato seguito dalla dottoressa Butturini, che era anche comportamentista. E’ successo il 6 maggio alle 17. Noi non eravamo adatti per un cane così, eravamo di pasta frolla. Ci hanno detto che sarebbe stato messo sotto osservazione per una settimana,ma ho chiarito che per qualsiasi decisione avrebbero dovuto chiamarci». In quei giorni «io e miomarito avevamo incontrato la veterinaria Federica Mainardi e parlando con lei di Matisse, ci ha detto che al canile c’era l’eutanasia facile. Il 7 maggio siamo tornati al canile per chiedere informazioni del nostro Matisse, la Nin ci ha detto che la Butturini l’aveva ucciso perché ‘ci aveva guardato male’. Siamo andati in studio dalla dottoressa per chiederle spiegazioni, lei ha detto che non ne sapeva nulla. Ho poi fatto richiesta all’Asl del certificato di morte e ho scoperto che il cane era morto per soffocamento nel tentativo di scavalcare la recinzione».

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